RomaCogitans

Un serbatoio di idee per chi ha a cuore le sorti di Roma

Archive for the ‘economia’ Category

Il prezzo del Petrolio

Posted by romacogitans su 10 aprile 2008

Fui informado recentemente que os preços de uns produtos químicos comercializados pela empresa onde trabalho iriam subir novamente devido à subida do preço do petróleo.

Todos os fins de semana meto gasolina no carro, e cada vez preciso de mais euros para comprar menos litros de Super-95. Dizem-me que é por causa do preço do petróleo.

Os industriais de panificação ameaçam com uma subida do preço do pão em cerca de 50%, devido à subida do preço do petróleo, que vez disparar o preço dos cereais.

Assim, fui à net buscar umas tabelas/imagens, comecei a fazer umas contas.

Câmbio EUR/USD, desde 1999 a 2008:
usd-eur

Evolução do preço do petróleo desde 1994 (preços em USD):

petroleo19942007

Então temos:
– Em 2000, um barril de petróleo custava 63USD, ou seja, 70.00EUR (1.00Eur=0.90USD).
– Em 2008, um barril de petróleo custa 98USD, ou seja, 70.00EUR (1.00Eur=1.40USD).

Gostava que me indicassem onde está a subida do preço do petróleo.

Cada um que pense por si, mas eu acho que estamos a ser roubados pelos políticos, pelas petrolíferas e até pela associação de padeiros!

de: http://sol.sapo.pt/blogs/raiox/archive/2008/02/27/O-pre_E700_o-do-petr_F300_leo.aspx

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Una scatola vuota chiamata Fastweb

Posted by romacogitans su 10 febbraio 2008

Più di un lustro fa fui stuzzicato dalla novità Fastweb (ex e-biscom) e contattai anche la compagnìa per farmi mandare un rivenditore a casa: le perplessità erano già notevoli, ma la curiosità mista anche ad una certa diffidenza rimaneva forte. La visita del commerciale rafforzò la mia incredula domanda: ma come hanno il coraggio di mettere sul mercato una tale inutilità? Che faccia tosta hanno nel rivendermi a questi prezzi ciò che altrove (anche se devo rivolgermi a diversi provider per avere i vari servizi) posso avere gratis o a costi ben inferiori?

Fastweb era una scatola vuota: tutto quanto da loro offerto (a parte una connessione internet più veloce) non era affatto dissimile dalla proposta di altri operatori, con l’aggravante che le sue tariffe erano tutt’altro che concorrenziali e soprattutto Fastweb allora imponeva un matrimonio quasi senza possibilità di divorzio, col taglio dalla rete su doppino e uso esclusivo della loro rete in fibra ottica. Un vincolo costosissimo da rescindere.

Giusto ieri mi ritrovo nella buca delle lettere un volantino dell’azienda milanese: lo leggo e rimango allibito. Oggi non si è sempre (ma quasi sempre) costretti a vincolanti allacci alla loro rete a fibre ottiche, però dopo tutti questi anni la politica di far pagare quello che è gratuito rimane un caposaldo. Ci vuole coraggio infatti a includere nel giallo pacchetto-NON-regalo la possibilità di avere la email gratuita ed i canali in chiaro (alias gratuiti) del digitale terrestre! Ma stavolta la tattica è anche condita da una “sana” pubblicità ingannevole, con il costo delle chiamate ai cellulari sbandierato (in neretto ben evidenziato) a ZERO, ma ovviamente con il magico asterischetto che riporta alla minuscola didascalia che precisa “fino ad un massimo di 250 minuti al mese, scatto alla risposta €0,20”… ma lo scatto alla risposta non è un costo? Oppure lo facciamo passare come donativo? Bersani, perché ci hai abbandonato!!!

Insomma, sono passati gli anni ma mi rivedo proporre la stessa scatola vuota: un pacchetto dove sono ammucchiate tante proposte a prezzi quasi fuori mercato che potrei tranquillamente avere a costo ben più basso se mi rivolgessi direttamente ai singoli operatori TV, di telefonia fissa e di internet. Ma vi pare che dobbiamo accettare lo smacco morale di un’azienda milanese che ammolla le fregature a noi romani?

Non mi rimane difficile pensare che al di fuori dei patri confini simili manager sarebbero stati cacciati a calci in culo dopo una manciata di settimane, ma evidentemente in Italia invece questa è probabilmente ritenuta strategia vincente. Capisco che questo è Paese del terzo mondo e i vari cantastorie riescono sempre ad abbindolare la gente con il nulla (stiamo per rieleggere Berlusconi e Rutelli – i più squallidi rivenditori d’aria della storia – rispettivamente a primo ministro e primo cittadino di Roma), ma che debba sopravvivere alle leggi di mercato una siffatta azienda a me sembra pura follia! O forse il mercato in Italia non esiste… Ma Fastweb pure è del Berlusca? Magari del fratellino Paolo…

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La Rete in catene

Posted by romacogitans su 4 dicembre 2007

Dopo il tentativo del medievale trio Prodi-Gentiloni-Levi di imbavagliare la Rete come già è stato fatto con giornali e telegiornali e asservire le libere voci che si esprimono su internet, ora è arrivato il Grande Fratello dei provider che decidono come possiamo usare internet. Dopo Libero ora anche Tele2 ha dichiarato di aver bloccato l’utilizzo di sistemi P2P (peer-to-peer), quelli che per intenderci servono allo scambio di files in internet.

Tanto se ne è parlato nel recente passato, soprattutto riferendoci al pessimo esempio che veniva dagli U.S.A. – Paese del liberismo più illiberale, perché lobbistico e legato a cartelli tra potentati economici – ma purtroppo anche qui da noi sono arrivate le manette per internet. Proprio da quel Paese che si fa paladino delle libertà – ma invece si dimostra sempre interessato a imporre agli altri le proprie regole per avvantaggiare le proprie aziende – arriva il software della Cisco System, nome tristemente noto qui a Roma perché ha acquistato ed imposto il proprio nome alla Lodigiani, terza squadra della Capitale.

Il sistema apre e analizza il contenuto di ciascun pacchetto di dati, decidendo cosa può circolare e cosa no, alla faccia di libertà e authority varie. Essendo particolarmente costoso, per noi utenti finali si prevedono dei rincari… e quindi come al solito saremo cornuti e mazziati…

Il P2P spesso – da un certo punto di vista a ragione – è stato attaccato dalle major discografiche per la violazione dei diritti di copyright, quelle stesse multinazionali che hanno ridotto un’arte a prodotto e spinto fuori dal grande mercato i più grandi geni della musica contemporanea, come l’inarrivabile Zappa (che fu costretto a fondare la Zappa Records) Peter Gabriel e lo stesso Prince, mentre inondano il mondo di squallidi gruppuscoli come Pink Floyd, U2, Take That, di cui le beote ed incolte masse si cibano. L’annullamento della cultura rientra nella generale strategia della riproduzione di menti utili solo a legittimare lo status quo di consumatori ottusi e compulsavi… che poi sono i migliori elettori, perché campano sul mafioso scambio mercanteggiato…

Buttiamo il bambino con l’acqua sporca? Come si può ora scaricare da internet un Sistema Operativo Linux o qualsiasi altro grosso programma non coperto da copyright? Come passare un file voluminoso ad un amico? Come trovare quel gruppo che fa musica sperimentale che non arriverà mai nei negozi di dischi di provincia? Come ascoltare un disco (come succede da sempre in Germania) prima di decidere se comprarlo, ed evitare quindi di buttare soldi? Questo è un profondo attacco alla diffusione di cultura, per imporre ancora una volta quella del Minculpop planetario, quello della partita doppia e delle speculazioni finanziarie.

L’Italia è già fanalino di coda tra i Paesi occidentali nel rispetto delle libertà, ma ora si va a colpire anche l’ultima risorsa libera che era rimasta… chissà se a breve ci ritroveremo come in Birmania, dove durante le recenti repressioni l’unica modalità per comunicare erano i telefoni, ovviamente anch’essi sotto sorveglianza.

Ma possibile che dobbiamo essere solo ed esclusivamente clienti e non persone? Possibile che debbano fare qualsiasi cosa per privarci dei più banali diritti? E noi ad annuire come asini mentre ci bastonano?

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La concorrenza sleale del Vaticano

Posted by romacogitans su 28 novembre 2007

Sappiamo tutti che il Vaticano per i suoi immobili non paga l’ICI ai Comuni italiani. A parte l’appunto morale (ma vai a spiegare ad un cattolico cosa è la morale…), da una prospettiva strettamente economica questa anomalia genera due conseguenze: mancati introiti per le casse comunali e concorrenza sleale.

Il primo è lampante, il secondo forse merita una più attenta riflessione. Ricordiamo che in ambito economico-produttivo la concorrenza sleale è l’utilizzo di tecniche e mezzi illeciti per ottenere un vantaggio sui competitori o per arrecare loro un danno.

Alberghi a tutti gli effetti e locali nelle chiese affittati per le più svariate attività (includendo “peccaminosi” corsi di tango tenuti da insegnanti omosessuali) sono tra le innumerevoli “risorse” che procurano denaro contante doppiamente esentasse (non si paga l’ICI, ma neanche sull’attività svolta) al Vaticano.

L’irregolarità non si ferma qui. Non dover pagare le tasse permette al Vaticano di mettere sul mercato prodotti e servizi a prezzo inferiore rispetto alla concorrenza, con una ovvia sottrazione di clientela a chi invece lavora pagando le tasse, e generando quindi una distorsioni del libero mercato.

E’ difficile quantificare quanto denaro sottraggano per concorrenza sleale alla comunità italiana le attività gestite più o meno direttamente da istituti religiosi, perché la quantificazione si identifica con l’utile lordo che l’attore non ha realizzato in conseguenza della condotta illecita, e come sapete lo Stato italiano non può controllare le attività del Vaticano, quindi il raffronto è impossibile.

Ma almeno i preti all’inferno ci credono? Ma allora perché si comportano così? Io una risposta la ho, ma non posso dirla… Però, per l’ennesima volta, è la comunità italiana tutta a pagare per l’inviolabile arroganza dei privilegi concessi allo Stato straniero al centro di Roma.

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Dritte sui cellulari

Posted by romacogitans su 5 novembre 2007

Ci si può chiedere perché i negozianti di telefonini tengano riservata tale notizia!
Semplice: perché è un modo per rendere inutile il furto di telefonini. Niente furti: niente acquisti di cellulari nuovi!

Una specie di rivincita se vi rubano il vostro telefonino: Per ottenere il numero di serie del vostro telefono battete i tasti
*#06#
Immediatamente, senza nemmeno confermare con il tasto di chiamata, un codice a 15 cifre apparirà sullo schermo. Questo codice è unico. Scrivetelo e conservatelo preziosamente.

Se vi rubano il telefono, telefonate al vostro operatore e dategli questo codice. Il vostro telefono potrà essere completamente bloccato, anche se il ladro cambia la scheda SIM.
Non recupererete probabilmente il vostro telefono, ma siete almeno sicuri che nessuno potrà usarlo. Se tutti prendono questa precauzione, il furto di telefonini diventerà inutile.
Mandate questo messaggio a quanta più gente possibile!!!!

ALTRA INFORMAZIONE UTILE
I gestori fanno tanta pubblicità al servizio di number portability (la possibilità di passare da un gestore all’altro mantenendo il vecchio numero del telefonino) ma nessuno di loro spiega quanto l ‘adesione a macchia di leopardo a questo servizio stia costando a noi ignari
consumatori.

Mi spiego meglio.
La maggior parte dei contratti (siano essi con abbonamento o con prepagate), come ben sapete, prevedono un costo molto basso per le telefonate fra clienti dello stesso gestore (solitamente 10 o 12 cent al minuto) ma costi ancora sproporzionalmente alti per telefonate effettuate all’ indirizzo di un Abbonato di un gestore diverso dal proprio (per le quali
si arriva a pagare anche a 25 e più cent al minuto).

Oggi, a causa della possibilità offertaci di migrare da un Gestore all’altro Senza cambiare il proprio numero del cellulare, il prefisso non identifica più il gestore (prima i 340, 347, 348, 349 ecc. eravamo certi fossero vodafone e i 335, 337, 338, 339, 333, ecc. eravamo certi fossero tim) e anche quelle telefonate che pensiamo costino poco possono in
realtà costarci parecchio!

Ad esempio una telefonata di 10 minuti fatta pensando che costi, fra scatto alla risposta e tariffa, intorno a 1,3 euro, potrebbe in realtà costarvi 3 euro! Un modo per risparmiare, o comunque per sapere se la telefonata che stiamo per fare ci costerà poco o molto, in realtà esiste, ma come è logico Nessun gestore lo pubblicizza perchè è maggiore l ‘ interesse a
mantenere i propri clienti all’oscuro della cosa.

Prendete nota:
Sarà sufficiente anteporre al numero che si sta chiamando un codice numerico: 4563 per i clienti vodafone, e 4884 per i clienti tim affinché una gentilissima e ‘ gratuita’ voce di donna ci comunichi a che gestore oggi appartiene il numero che stiamo chiamando per poi lanciarein automatico la chiamata che, saremo liberi di accettare, rifiutare o, se necessaria,rendere più breve possibile).

Immagino che lo stesso servizio sia garantito anche dagli altri gestori (3 e Wind) e che sia sufficiente chiedere il codice da anteporre alle chiamate ai Rispettivi servizi clienti.

Buone telefonate (senza sorprese) a tutti!

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Alitalia, atto II

Posted by romacogitans su 29 ottobre 2007

Tempo fa mi sono occupato di quel pozzo senza fine per le finanze statali che è Alitalia, azienda che malgrado i finanziamenti a pioggia, ritardi e disservizi alla mano rimane saldamente al comando della virtuale graduatoria delle compagnie aree più inaffidabili del continente europeo.

Di questi giorni sono le notizie di altri potenziali acquirenti (ma diventano sempre meno, man mano che i giorni passano) che si sono presentati al suo letto di morte, dopo che la precedente asta era – OVVIAMENTE – andata deserta, come anche di Ryanair decisa a scacciare Alitalia da Malpensa. Sapere che la società di alcolizzati irlandesi vuole dare un calcio in culo ad Alitalia e buttare fuori di casa propria i nostrani sbafoni “mangia spaghetti a tradimento” mi fa andare in sollucchero!

Mentre Alitalia è un’azienda ormai morta, e anche a spartirsi i suoi resti – al secondo tentativo del governo – ci sono rimasti solo Air France e Lufthansa (si sono appena ritirati gli americani), i suoi dipendenti fanno sciopero per avere gli aumenti, mentre in un Paese normale dovrebbero più che altro mandare CV a destra e a manca per trovarsi un altro lavoro…

Tra una risata e uno sberleffo nei confronti di una compagnia che non di rado mi ha trattato di merda (la sua sparizione è per me una parziale rivincita!) il mio cervello vaga in improbabili comparazioni, tanto da far recuperare alla mia memoria i tempi in cui si parlava di privatizzare la Rai. Agli specialisti finanziari risultava chiaro che in termini esclusivamente economici sarebbe stato più redditizio vendere una sola rete (Rai 1) piuttosto che privatizzare in toto tutto il baraccone dell’etere.

Parimenti, visto che Alitalia ha almeno due centri nevralgici sul territorio nazionale (i famosi hubs di Fiumicino e quello “svizzero” di Malpensa) perché non separare l’azienda in almeno due compagnie che si suddividano le tratte nazionali ed internazionali (Alitalia raggiunge 51 Paesi con 110 destinazioni), ovvero che si ripartiscano gli slot (oltre ai debiti…)?

Inoltre perché non fare di Cagliari e Catania altri hubs? Sono in posizioni così strategiche che dallo spezzettamento di Alitalia varrebbe la pena creare altre due società che facciano da ponte rispettivamente tra Est Europa e le Americhe (AirStidda?) e tra Nord Europa e Africa / Medio Oriente (MafiAir?)… A chi può sollevare dubbi sull’opportunità di creare scali così importanti su delle isole ricordo che l’aeroporto di Mallorca è tra quelli che hanno più traffico in Europa…

Penso che lo spezzatino renda più appetibile per il mercato acquistare le nuove compagnie e per noi più probabile disfarsi di questa “piaga con le ali”, un baraccone che – VA RICORDATO E SOTTOLINEATO – a fine 2005 e ad un passo dal chiudere per fallimento ottenne decine di milioni di euro dallo Stato (noi) per risanare i debiti, ma che investì prontamente nell’acquisto di Volare, altra compagnia bollita… quando si dice “assonanza di principi ed intenti”… Mah: “d’io li fa e poi li accoppa”…

PS: il titolo fa volutamente riferimento alla saga di film “Amici Miei”

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La mia ricetta per ALITALIA

Posted by romacogitans su 21 luglio 2007

Alitalia è una vergogna, e lo è sempre stata. Come sia andata l’asta internazionale per il suo acquisto fa da cartina tornasole ad una azienda che a livello internazionale vale meno di zero (l’offerta pro-forma è stata di 1 centesimo di euro ad azione, se non ricordo male).

Altro che visibilità ed appealing del “marchio”! Alitalia è seria come un circo e fa crepare dal ridere chiunque senta il nome di questo rabberciato baraccone dell’aria: è una delle tante compagnie italiane che andrebbe fatta sparire, tanto quanto i tedeschi hanno fatto sparire il muro di Berlino, perché “imbarazzante” onta da cancellare. Deve giacere nei libri come pagina vergognosa di questo Paese e diventare parte della nostra storia solo a monito di una squallida catastrofe da non ripetere, in cui il peggio del mafioso/italico consociativismo ha raggiunto la sua acme.

Qui di seguito in cinque agili punti (purtroppo non cumulabili) presento la mia ricetta per la oramai defunta compagnia di bandiera:

1) Eliminare Alitalia. Bisogna cancellarne l’ingiurioso ricordo, facendo quello che gergalmente si chiama “spezzatino”, sperando che nessuno possa rendersi subito conto che le nuove mini-società siano nate da costole della patetica Compagnia aerea, che è sinonimo di inefficienza, di corruzione, di nepotismo, di anti-professionalità ed incapacità elevate all’ennesima potenza. Bisogna smembrare la bollita Società in tutto quello che è divisibile e venderlo al miglior acquirente, con aste internazionali e non affidando le società ai soliti noti (gli amici degli amici), evitando i finanzieri che mirano solo a spolpare le aziende (Tronchetto, fischiano le orecchie?).

2) Vendere gli aerei. Vendere almeno quelli che non sono stati ipotecati, sperando di trovare qualcuno disposto a comprarli, perché sono vecchi e quindi anche non molto affidabili: giusto le compagnie minori dei Paesi poveri possono essere interessate, tipo una low-cost del Sudan o di Haiti.

3) Vendere gli slots. Forse questa è una delle cose più redditizie: rivendere ad altre società le tratte aeree attualmente percorse da Alitalia. Forse è l’unica cosa che i grandi manager Alitalia (Cimoli in primis, supremo distruttore di imprese) non sono riusciti a far deperire, perché beni “non consumabili”.

4) Emissions Trading. Nella EU le compagnie aeree incidono al 3% per le emissioni di gas che causano l’effetto serra, con un incremento costante. Pur non volando più, da Alitalia si potrebbe creare una società chiamata appunto Emissions Trading che rivendendo alle altre compagnie aeree quote delle emissioni allocate (per rimanere nei limiti del protocollo di Kyoto) potrebbe cercare di fare rientrare nelle casse dello Stato della liquidità.

5) Fare causa agli ex manager. E’ necessario che lo Stato italiano, in uno slancio di inaspettata ricerca della dignità, della legalità e dell’uguaglianza rispetto alle leggi, porti in tribunale tutti i manager che hanno contributo alla distruzione di una azienda, chiedendo danni per centinaia di milioni di Euro. E’ vero che Alitalia è sempre stata una società minore nel panorama internazionale – per una serie di ataviche disfunzioni ed incapacità, che hanno sempre portato disagi ai viaggiatori – però alcuni lustri or sono riusciva a vivacchiare nel gonfiato mercato prima dell’avvento della rivoluzione low-cost, ed il tracollo degli ultimi 10 anni ha matrice umana, anche nei sindacati (uno dei grandi mali di questo Paese, perché corporativi e fanno gli interessi dei loro iscritti, non dei lavoratori in genere, né dell’economia).

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Impacchetta l’arte e mettici una pubblicità

Posted by romacogitans su 20 luglio 2007

“Il denaro dirige il mondo”, dice un motto tedesco. La frase farà storcere il naso ad idealisti e sognatori (come il sottoscritto), che però sperano si tratti solo di una battuta d’effetto. Invece l’assunto trova riscontro – e forse sorprenderà i più venirne a conoscenza – anche nel fatto che per ambire a diventare uno Stato membro dell’Unione Europea elemento imprescindibile non è che si sia in Europa, ma che si abbia una economia di mercato.

Il capitalismo però non è necessariamente un male: malgrado spesso abbia dimostrato di essere un immorale distruttore (nelle mani di quegli usurai che brandiscono Adam Smith a modello e saccheggiano il Pianeta), ci sono degli esempi in cui la cooperazione tra pubblico e privato ha portato ad ottimi risultati. Questo però può avvenire in Paesi dove vi siano regole CERTE, cioè in presenza di autorità VERE che le facciano rispettare.

Nel piccolo Roma negli ultimi 15 anni si è ad esempio avvalsa della strategia di ottenere soldi privati per il restauro dei monumenti mediante la copertura delle impalcature attorno ai monumenti stessi con pubblicità. L’idea è encomiabile, se non fosse fatta alla romana, ovvero dove il mezzo prende il posto del fine.

Così ci siamo ritrovati non so per quanti anni con il Colosseo impacchettato nella prospettiva che da su via dei Fori Imperiali (strano, no? Proprio quella più visibile) con un bel cartellone della Telecom, ma senza che si procedesse al restauro. Ora si è “nascosta” la scomoda stele del Foro Italico (che faceva ricordare cosa è accaduto in Italia tra gli anni 20 e 40) e per finire si è deciso di reimpacchettare l’obelisco posto in cima a Trinità dei Monti, operazione contro la quale si è scagliato anche Adriano La Regina, per una vita a capo della Soprintendenza archeologica di Roma (era quello della querelle con Rutelli per il sottopasso a Castel S. Angelo).

Il ridicolo è che si deturpa la nostra città con pubblicità che opprimono la visuale e deturpano il paesaggio urbano (e parliamo delle suggestive ed artistiche prospettive che Roma sa offrire, non di Latina o Pescara…) con la scusa che i soldi dei privati servono a risitemare i monumenti, ma poi in realtà gli stessi vengono impacchettati e spacchettati anche varie volte nel corso degli anni, con scafandri che ne impediscono la visione per mesi o interi anni ma ai quali fanno riscontro interventi che possono durare giorni, al massimo settimane. C’è qualcosa di marcio in tutto questo…

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Open letter to the Open-Source Community

Posted by romacogitans su 26 giugno 2007

Dear all,

I am a part-time Linux user, I mean just a final user and not a programmer nor an IT expert. I would love to get rid of MS for good, but sadly enough Linux is not always compatible with some hardware (I cannot use my external NTFS HDD, nor my ADSL Modem) nor with some software.

I am asking for your attention just because I want to share with you some considerations, critics, ideas that might be useful to further developments of the Penguin, especially because they just come from a final user, somebody who sees PCs just as tools for rapidly executing some tasks and not a problem-making machine for trialling my informatics skills, which I do not have.

1) Towards a remote-controlled PC. Sometimes I browse through some Linux blogs, and honestly I feel speechless, because my impression is I am dealing with a sect: open-source, all right, but closed-community. Guys, if you do not consider PCs as mere instruments of a new religion, I fear most of you have to change mentality, philosophy, and goals, otherwise you will leave everybody but an informatics guru out. The tendency for mass-usage of a PC must have TVs and the first mobile phones as examples: one-click usage, that’s it! We should not forget that the trend is leading to the integration of PCs with the digital TV, the Hi-Fi, telephone, game console, video recorder, because at households the Media Centre will replace the PC, hence everything should/will be used mainly by a remote control, sometimes a joystick, rarely by a keyboard, and, in the case, just for writing messages, letters, etc. So, RULE NUMBER ONE: forget the command line and the compile-thing as a tool for final users!

2) New PCs. Microsoft is successful mainly due a marketing strategy, because most of PCs have Windows pre-installed, but we, Open-Source & Linux community, have missed an amazing chance offered us by the changing of the Hardware market: laptops are still a priority of giant producers such as HP, Dell, Toshiba, etc, but the Desktops PC oligopoly disbanded! Big corporations keep on buying desktops from majors – because they prefer to avail themselves of their helpdesks – but small companies and normal consumers most of the times buy assembled PCs at a medium sized PC vendor/assembler or even at the “corner shop” run by some IT geek. There you go, where the chance comes out! Why small PC builders and vendors do not pre-install Linux on those machines? End-users are lazy, so they probably would prefer to keep Linux (an extremely user-friendly version of Linux) running, instead of buying/cracking some Windows OS and installing it. Give something for free to somebody, without giving him/her any hassle: that is the best present you can offer. Think about it!

3) The importance of the territory. It is true that we are fascinated by the concept of virtual reality and remote interaction/consultancy, but I truly believe that spatial vicinity is a must, especially when – directly at a shop/warehouse – there is the necessity of installing an OS on a blank PC. The spreading of so many different Linux distributions on the planet is warranty of a presence of some helpful Penguin on the territory, whilst Microsoft is simply too far away.

That is an extraordinary chance for the dozens of Linux Software Houses around the globe! A small PC producer/assembler can easily cooperate with a Linux software company in his area, which can send over a technician for counselling the better hardware to use and combine for building a Linux PC, and later for the installation and configuration of the whole system. Moreover, once you buy your Linux PC you should also get a list (updated on an internet URL) with all the compatible hardware one can buy and use with the PC.

The strategy might be successful especially for the help and consultancy those companies can provide to those small producers and later on to the final users. For instance, to boost the market, Linux Software Houses or their representatives & local consultants can offer a one-year warranty & consultancy for free by telephone (VoIP) to final users! Men, this can be our Big bang!

4) Old PCs. Everything I wrote so far was a strategy intended for new PCs, but what about the old ones? Of course there are thousand of companies and people who change a PC every couple of years, but in respect of ecology, sustainability, dignity, and why not?, our bank account, why not recycling old PCs installing brand new low-resource-consuming OSs? The idea is that the Community should create a tiny .exe (yes, windows executable) – a massive database on any Linux OS and Software available (or better, of the companies that are willing to share the project), with their characteristics and hardware compatibilities – capable of analyzing the architecture of the computer where it is running, compiling a list of compatible Linux OS and software and ideally – after the PC owner makes a choice among the different available options/packages – connecting to the internet for installing the required OS together with the chosen packages, which are a variety of different applications selected by the software according to the characteristics of the analyzed PC.

Please, take a look at this survey (both in Italian and English)

Per l’Italia, c’è questa interessante petizione.

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Inculata Mondo

Posted by romacogitans su 23 marzo 2007

Immanuel Wallerstein, storico dell’economia tedesco (ma con passaporto statunitense), alcuni decenni fa cominciò a parlare di sistema mondo, ben prima che esplodesse la mania della globalizzazione, e delle sue gemmazioni no-global e glocal.

Il capitalismo selvaggio, l’americanizzazione che mira allo spreco come assioma sta fagocitando il pianeta, ma per ottenere i loro successi economici hanno bisogno del nostro aiuto: per fare miliardi di dollari devono spremere gli imbecilli, cioè noi. Ed ecco che il “sistema” si trasforma in “inculata”, mondiale ovviamente.

In Italia ci si vantava di essere un popolo di furbi, ma le sôle che le multinazionali ci danno fanno passare un napoletano per un ottuso e banale principiante.

Tre casi personali, tre nomi di famosissime multinazionali: Vodafone, Epson, HP (Hewlett Packard):

Vodafone

Iniziamo dal britannico operatore di telefonia mobile. Dal 30 dicembre mi mandano SMS per ricordarmi che la mia SIM scade il 28 feb 2007, e che quindi la devo ricaricare. Caspita che fregatura, ho pensato, proprio adesso devo andare a buttare i soldi, proprio adesso che il 04 marzo entra in vigore il decreto Bersani e abolisce gli iniqui sovraccosti delle ricariche! Vado a controllare, e viene fuori che invece secondo la documentazione Vodafone in mio possesso la mia SIM ha durata di 11 mesi per effettuare chiamate, mentre la validità è sino a 12 mesi per la ricezione. Avendo effettuato l’ultima ricarica il 31 marzo 2006 la mia SIM sarà valida sino al 31 marzo 2007, anche se lo parzialmente funzionante nell’ultimo mese.

Vado sul sito Vodafone, ma non trovo altro che troiate da vendere al “popolo dei reality” (suonerie, “offerte”), ma niente che possa far pensare che chi ha una SIM Vodafone possa essere altro che un acquirente da strizzare, ovvero che sia un cliente da tutelare per evitare che emigri verso altro operatore, verso la “concorrenza”. Ah, che bello se anche in Italia introducessero la concorrenza e smatellassero i “cartelli”!

Sul sito Vodafone c’è una fasulla possibilità di comunicare per iscritto, ma attraverso il corpo della pagina internet e non una email vera e propria, quindi nulla che possa lasciare alcuna traccia, neanche informatica, del tentativo di comunicazione (o reclamo). A dire il vero penso sia più una sorta di motore di ricerca, che analizza quello che si scrive prima di rimandare il povero acquirente ad un’inutile schermata. Del messaggio scritto, nessuna traccia! Chiamo il centro Clienti al numero 190, e qui una cofusionaria ragazza (napoletana, quasi in gioco di cosmica circolarità: i grandi frodatori anglosassoni, impeccabili alunni, che si avvalgono della creativa manodopera dei loro in pectore padri della truffa partenopei… sublime!) me la “butta in vacca”, fornendomi informazioni “duali”, cioè che significavano tutto ed il loro contrario. Disperato, ringrazio e attacco il telefono, quasi contento per non sentirmi blaterare all’orecchio qualche papocchio, ma sfiduciato perché l’informazione chiara non l’ho assolutamente ottenuta. Forse mi conviene scrivere una raccomandata alla Vodafone, intimando loro di rispettare il contratto (anche per una prepagata è un contratto) stilato 4 anni orsono, alla faccia delle moderne tecnologie e di quello che l’agente del centro clienti, che m’ha detto che “in 4 anni sono cambiate tante cose”. A soreta!

Epson

In casa mia abbiamo buttato due stampanti della nota casa. Alla terza c’è venuto il “rodimento di culo”, una delle poche sane cose tutte romane, perché legato a quel moto di dignità offesa che attiva il cervello. Era strano, perché ogni volta il loro funzionamento si bloccava repentinamente. No, non mi riferisco al truffaldino chip posto sulle ricariche che segnala di buttare le cartucce dell’inchiostro anche quando in realtà la cartuccia non è vuota, ma proprio alla macchina che si inceppava. Sguazzando tra i forum su Internet è venuto fuori che la Epson nelle stampanti inserisce un altro chip che manda a puttane le macchine dopo un certo numero di battute. Basta scaricare sul PC un software pirata che azzera il criminale chip della Epson e voilà! La mia stampante ora rifunziona a perfezione. Epson, stavolta t’ho inculata io! 😉

HP (Hewlett-Packard)

Per HP c’è solo un dubbio, nessuna prova, ma la cosa è strana. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si prende. Poi con gli elencati precedenti, come non essere sul “chi va là?” Il mio scanner ha smesso di funzionare esattamente a 4 anni dall’acquisto. Esattamente significa: comprato il 25 gennaio 2003, si è bloccato il 25 gennaio 2007. La meccanica funziona, ma un tecnico direbbe che è il sensore che non va. Uno scanner usato pochissimo che improvvisamente decide di chiudere l’occhio con cui cattura le immagini. Anche stavolta ho cercato sui Forum, ma purtroppo non ne ho cavato nulla. Comincio allora a cercare sul sito dell’HP e dopo essermi divincolato tra “offerte”, “acquista”, “vendita on-line” riseco a trovare il telefono del centro clienti. Chiamo, ed una voce registrata mi rimanda sul sito internet, stavolta però con un indirizzo attendibile. Attraverso internet contatto il centro clienti via mail, e dopo alcuni botta e risposta mi dicono che in tuta Italia non esiste alcun centro riparazione per scanner, ma se voglio, possono farmi una “vantaggiosissima offerta” per sostituire il vecchio scanner. Ho risposto che preferisco passare alla Canon. Cornuto sì, mazziato, preferisco di no…

Se quegli imbecilli di no-global italiani capissero che è questo il nemico da combattere invece di ammazzarsi di canne e indossare magliette con Che Guevara, forse già si potrebbe fare un passettino avanti verso un mondo migliore.

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