RomaCogitans

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Lettera a Gianpaolo Pansa (21 luglio 1999)

Posted by romacogitans su 26 ottobre 2007

Spettabile Gianpaolo Pansa, mi dispiace notare che purtroppo da noi in Italia si fanno sempre i soliti discorsucoli da comari, o da bar! Si prende qualche caso e, con metodo tipicamente giornalistico, si generalizza e PUFF! il miracolo della Notizia (con la N grande) è compiuto! Non mi riferisco esclusivamente al suo articolo, ma a tutto il polverone di mezza estate (beati voi che la avete in Italia!) che la stampa in genere ha alzato. Capisco che, grazie a Dio, non c’è alcun “omicio di via Poma ” con cui deliziare le folle, però prima di pontificare su determinate attitudini meridionalistiche, fossi giornalista mi farei un giro ad esempio qui in Irlanda, dove centinaia di giovani Italiani, ripudiati dalla pseudo opulenta madrepatria, sono stati costretti a riparare per un lavoro. Non andate a raccontare in giro che la gente non va in Veneto per il clima: a Dublino abbiamo 9 mesi di inverno e 3 di brutto tempo! A me sembra che, purtroppo, la storia si stia ripetendo: dopo le migrazioni in Argentina, Germania, Belgio e chissà dov’altro, l’unico modo per acquisire la civile dignità di lavoratore, il metodo è sempre lo stesso: EMIGRARE. La differenza è che ora si “esportano” (se mi permette la parola un po’ brutale) persone con un bagaglio culturale (e talvolta professionale) decisamente più elevato. Qualcuno potrebbe spiegarmi perché un laureato dovrebbe accettare di fare il camionista semplicemente perché ha avuto la sfortuna di nascere in una zona economicamente depressa? Inoltre non passerei sopra al fatto che spessissimo in Italia ci si deve scontrare con un altro “problemucolo da niente”: il nepotismo. Certo, male europeo, come dimostrato recentemente dalla moralmente corrotta Commissione Europea, ma non per questo elemento da sottovalutare nel nostro Paese. E che dire di un certo atteggiamento provincialistico di molte aziende? Se non hai un Master (pagato da mamma e papà, magari presso una costosa università americana) il lavoro rischia di rimanere una chimera. Calcolando che in genere il centro-nord Italia è più ricco, non ci vuole molto per vedere chi ha il maggior tasso di occupazione. Ragionamento semplicistico, ma non privo di verità: come si spiega, ad esempio, che un laureato con lode in organizzazione aziendale, che parla 4 o 5 lingue non trovi lavoro nel nostro Paese? C’e qualcosa di distorto nel sistema! Perché non ci chiediamo le vere ragione per cui al Sud non si è mai fatto nulla per creare VERO lavoro? Non dico in chiave assistenzialistica (come vuole la malavita, che è l’unica vera beneficiaria di questi atti di incoscienza!) ma attuando una vera politica di incentivi quali flessibilita’ del mercato del lavoro, dell’orario, leggi meno burocratiche … suvvia, la storia la si conosce sin troppo bene! E soprattutto investendo nei giovani, attraverso, una formazione seria e rivolta al mercato. E’ infantile negarlo: purtroppo fa comodo a non pochi che la situazione rimanga come è. Basta guardare al caso Irlanda: in pochi anni si è trasformata da Paese economicamente arretrato ad uno degli stati con il minor tasso di disoccupazione d’Europa … anche rubando lavoro (e lavoratori) agli altri paesi europei. Meditate gente, meditate.

qui sotto l’articolo di Pansa

Ma i terroni hanno voglia di lavorare?

Posti di lavoro al Nord, disoccupati al Sud: storie che non s’incontrano quasi mai. Molti giovani del Mezzogiorno forse preferiscono tirare a campare, aiutati dalle pensioni dei genitori. Ma allora sarà difficile smontare un pregiudizio nordista duro a morire. Il quale dice che…

di Giampaolo Pansa

Parecchio tempo fa, quando Michele Santoro era ancora nella prima fase Rai, a una delle sue trasmissioni mi capitò di incontrare un disoccupato napoletano. Era un tipo simpatico, sulla quarantina, che si presentò così: «Io sono un disoccupato storico». «Perché storico?» gli domandai. E lui: «Perché sono senza lavoro da più di vent’anni!». «Da così tanto tempo?» chiesi stupito. «Sì, da un ventennio abbondante» confermò quel tizio, con l’aria di chi sfoggia un record.

Perplesso, mi domandai se dicesse la verità. Possibile che in vent’anni uno non trovi uno straccio di lavoro, per duro e malpagato che sia? Mi risposi che non era possibile, accidenti! E mi ricordai di mio padre. Faceva l’operaio e, come tutti gli operai, temeva di rimanere a piedi. Ma ricordo che diceva: «Piuttosto che stare con le mani in mano, vado a raccogliere le buse dei cavalli e le vendo alle signore che hanno i gerani da concimare».

D’accordo, altri tempi. In quell’epoca, diciamo negli anni Quaranta e Cinquanta, non esisteva il totem, il principio sacro che domina l’esistenza di tanti giovani d’oggi: l’Aspettativa. In questa fine secolo tutti ci aspettiamo un lavoro corrispondente agli studi che abbiamo fatto. Chi ha preso la laurea vive con l’aspettativa di un mestiere da laureato. Chi ha un diploma di scuola media superiore si attende un posto da diplomato. Il che significa un lavoro pulito, non faticoso, pagato abbastanza bene, da svolgere in un ufficio. E, soprattutto, un lavoro accanto alla porta di casa, nel proprio comune, o al massimo nella città vicina.

Ma si tratta di un’araba fenice che non si materializza quasi mai. E così nascono i contrasti assurdi che la cronaca ci ricorda ogni giorno, in Italia: il Sud zeppo di giovani disoccupati, il Nord dove molte aziende non trovano manodopera, neanche a pagarla bene. E’ inutile ripetere la storia di quegli autisti di camion che una società veronese non è riuscita a far salire dal Sud al Nord. Ma non è l’unico caso. Nel Mantovano ci sono quattrocento posti di vario livello, dai manovali generici ai tecnici specializzati, che restano vuoti per mancanza di gente disposta a trasferirsi lì.

Mi sembra di capire che, al di là dei costi di queste migrazioni (quello per la casa, prima di tutto), ci sia una realtà di cui dovremmo prendere atto. Provo a dirla in questo modo: molti giovani del Sud preferiscono una vita precaria, un tirare a campare senza futuro, magari grattando le pensioni dei genitori o dei nonni, piuttosto che affrontare uno strappo, certo doloroso, ma che non ha mai ucciso nessuno e che può avere sviluppi positivi. Restano lì dove sono, forse in attesa che la famosa Aspettativa si materializzi.

Ma se è così, bisogna avere il coraggio di ristudiare l’intero problema del Sud senza lavoro. E anche di rivedere le statistiche terribili che tutti consideriamo, forse a torto, verità indiscutibili. Infine, i giovani del Sud devono darsi una mossa, diamine!, come molti di loro stanno già facendo. Altrimenti sarà difficile contrastare l’opinione, di certo falsa, che è radicata nel Nord da un’infinità di anni: i terroni non hanno voglia di lavorare!

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