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… e i barbarismi di cosmesi (2)

Posted by romacogitans su 23 ottobre 2007

segue da: “L’italiano a pezzi…”

Poi c’è la triste, tristissima piaga dei barbarismi, che riescono da una parte a soddisfare la pochezza intellettuale delle marionette «made in italy» che possono sfoggiare di “sapere l’inglese”, e dall’altra mascherano o addolciscono il significato di parole il cui senso rimane irrimediabilmente crudo.

Nel primo caso «quota» oramai non è più l’altitudine di un punto del terreno rispetto al livello del mare ma significa «cita», cioè riporta il testo di un’altra persona per rispondere, mentre «scannare» come «deletare» sono goffe italianizzazioni di anglismi che stanno per «fare una scansione» (o al limite possiamo usare «scansionare») e «cancellare». Luogo, sito, posto, area, zona, spazio non andavano più bene, no… ora bisogna parlare di «location»… Qualcuno poi ricorda cosa è un concorrente di una azienda? Sì, proprio quello che il Sole-24-ore (tra molti) ha deciso di chiamare «competitor»…squallidi burini!!!

Il secondo caso – addolcire le espressioni – è invece più intricato, più “sottile”, e probabilmente più ignobile. Pensate che chiamare un barbone «clochard» pulisca la vostra coscienza dal preoccuparci della situazione dei «senza tetto»? Pensate che l’epiteto «clochard» profumi il povero disperato di una soave fragranza da Campi Elisi? L’uso di questa parola nasce dalla stessa doppiezza (stavolta importata dallo “Zio Sam”) che ci obbliga a chiamare un negro (uomo dalla pelle nera) «uomo di colore». Ma siamo pazzi? Quale peggiore forma di razzismo c’è nel dare a un gruppo di persone il marchio di avere “un colore” mentre “noi normali” (noi “puri”) non ne abbiamo nessuno? E di che colore si parla poi? Giallo, ciclamino, violetto? Ipocriti… Se “negro” vi sembra cacofonico (ricordo che viene dal latino “niger”, che significa “nero”) , usiamo la parola “nero”… È offensivo chiamare una persona che ha la pelle nera “nero”? È offensivo chiamare chi è nato a Roma “romano”? In entrambi i casi la risposta è “sì” solo se al significato «nero» e «romano» attribuiamo valore e senso altro da sé, come ad esempio “inferiore” nel primo caso e “lavativo” nel secondo.

Infine, tanto si parla di «politically correct» e «political correctness», parole che in un contesto anglosassone possono offrire il senso di «pacatezza» o «equidistanza», ma traslate nella cultura italiana non stanno altro che ad indicare l’asservimento di una persona, di una redazione giornalistica o di una intera azienda (spesso editrice) ai dettami di un potentato… insomma, tanto quanto «networking» entro i confini del nostro Stivale non è altro che la forma edulcorata di mafia.

Che dire poi della mitologica «privacy», che siamo gli unici in Europa a chiamare «praivasi»? Non è principalmente una forma per proteggere chi già faceva i porci comodi suoi, che ha trovato legittimazione abbindolando quei babbei che ora si sentono “coperti nella propria riservatezza”, ma che non hanno mai avuto motivo né opportunità di proteggere nulla della loro insignificante vita?
Cosa c’è in tutto questo vilipendio dell’italiano? Ignoranza (nel senso di essere dei somari)? Pigrizia? Ipocrisia? Vuota compiacenza? Il più squallido provincialismo? Di tutto, di più, diceva una pubblicità…

PS: qualcuno sa pronunciare correttamente l’espressione «leit Motiv», oltre a sapere che significa e da quale lingua viene? Si accettano scommesse…

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7 Risposte to “… e i barbarismi di cosmesi (2)”

  1. Albert1 said

    Mi hai fatto ricordare una cosa studiata da un vecchio amico (ci conoscemmo in un’altra vita collaborando per diverse sezioni di Agorà Telematica, quando Internet era ASCII bianco su terminale nero e http ancora un’oscuro acronimo).
    L’ho perso di vista da tanto ormai, ma ricordandomi nome e cognome Google ha fatto il miracolo. Se vai su

    http://www.sganawa.org/fabruggeri/nomiita.txt

    trovi la sua (e in minima parte anche mia) immensa fatica, alla quale ha continuato a lavorare almeno fino al 2004 (a quanto vedo dalla data di ultimo aggiornamento).
    Era lo sforzo, cui non sarà mai data abbastanza pubblicità, di invertire in qualche modo la tendenza (già sentita allora, parliamo degli ultimi anni ’80, primi ’90) che oggi rilevi con tanto dispiacere. Alcune cose possono sembrare delle esagerazioni, ma un tale impegno era indispensabile per contrastare l’avanzata delle forzature che elenchi.
    Non siamo l’Accademia della Crusca, ma porca vacca ci difendiamo !

  2. Albert1 said

    P.S. “Leit Motiv” la sapevo (anche se la doppia origine tedesco-francese mi sfuggiva), ma con Wikipedia a disposizione ‘ste sfide nun se possono lancià, so’ boni tutti… 😀

  3. Caspita! Complimenti! VIVISSIMI complimenti! Andrebbe diffusa, ‘sta roba!

  4. Albert1 said

    Penso che il buon Fabrizio non si risentirebbe se la pubblicassi sul Blog… Falla girare ! 🙂

  5. Daniele said

    Ma vogliamo parlare del Welfare?
    E vogliamo citare tutti i nuovi tipi di lavoratore che hanno creato?
    Adesso abbiamo gli Assistant, abbiamo gli Operator, i Tour leader, i Sales producer, e tutta un’altra una serie di strani nomi in inglese che hanno il corrispettivo italiano, ma chiamarli in inglese fa fico, e induce, ignorantemente, a pensare che si tratti di qualcosa di nuovo.

  6. Daniele said

    Senti un po’, tanto per restare coerente, perché non cambi la voce Login con Entra? 🙂

  7. Anonimo said

    Daniele mi ha tolto le parole di bocca! L’unico paese al mondo, credo, col “Ministero del Welfare”, parola che non so per quale associazione di idee mi ricorda sempre “wafer”, senza contare tutte quelle parole con le quali la nostra classe dirigente ama riempirsi la bocca.

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