RomaCogitans

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La tecnica per la scienza, il mezzo per il fine

Posted by romacogitans su 10 agosto 2007

Giorni fa mi sono accorto che presso l’Università La Sapienza di Roma esiste il DAU, ovvero il Dipartimento di Architettura ed Urbanistica per l’Ingegneria. Ho letto e riletto la frase per capire che senso potesse avere asserire che Architettura ed Urbanistica fossero funzionali all’Ingegneria, fino a rendermi conto che, come spesso accade in Italia, questa frase assumeva significato solo se letta da destra verso sinistra, come si fa con l’arabo.

Come potrebbe mai un insieme di tecniche, un complesso strumento come l’ingegneria, utile sia in architettura sia in urbanistica, essere invece l’obiettivo delle succitate branche? La falla epistemologica è ovvia! E’ come dire che le automobili servono alla benzina perché così questa viene consumata piuttosto che la benzina sia utile a far muovere le auto!

Tale “genialità” va ovviamente contestualizzata, perché in Italia logica e coerenza spesso sono concetti vuoti, al pari di giustizia, legalità, onestà; però è anche vero che l’ingegneria, a prescindere dell’ambito culturale di fondo, sin troppo spesso manifesta come vizio strutturale l’elevare un utile strumento (che ha nelle analisi modellistiche matematiche il suo fulcro) a fine.

Ho tanti amici ingegneri, e nutro stima per molti di loro, ma è innegabile che l’ottusità dell’approccio ingegneristico – che fraintende il ruolo delle analisi quantitative ed eleva lo strumento a finalità – è una spina nel fianco per molti tecnici, esperti, accademici (principalmente dell’area mediterranea), e soprattutto per la società tutta che paga le conseguenze di queste schematizzazioni astratte che sezionano, snaturano e riducono la realtà ad un mero interfacciarsi di equazioni; operazioni che ovviamente – fregandosene alla fine dell’oggetto di studio – non possono far altro che far perdere contatto con il complesso e dinamico senso della realtà stessa, che così piegata e sbriciolata, diventa solo strumento per dimostrare la coerenza interna di forzosi (e forzati) legami algebrici.

Parimenti, l’impressione è che nel nord Europa i cervelli degli ingegneri siano meno inclini a percorsi intellettivi a compartimento stagno. Molti asseriscono che i nostri corsi di ingegneria sono tra i più duri al mondo… possibile, ma è altrettanto vero che trasformare la potenziale flessibilità intellettuale di una mente a meccanismo che riduce il reale a “causa-effetto” dove l’unico elemento di unione tra “causa” ed “effetto” è il numero, beh, a me sembra più l’opera di uno psicopatico che impone il lavaggio del cervello piuttosto che un momento educativo e di docenza…

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