RomaCogitans

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Visioni da un mondo capovolto

Posted by romacogitans su 29 gennaio 2007

di Eduardo Galeano (vecchia email che girava in rete)

Sei moscerini mi ronzano nella testa, impedendomi di dormire. A dire il vero, questo balletto di insetti, che alimenta la mia insonnia, è ben più numeroso, ma taglio corto. Voglio rendervi partecipi di qualcuna delle angosce che tormentano le mie notti. Come vi sarà facile constatare, non c’è nulla di piacevole, poiché queste angosce riguardano, scusate se è poco, il futuro del mondo.

Senza insegnanti?
Secondo il quotidiano The Times of India, una «scuola del crimine» sta riscuotendo enorme successo nella città di Muzaffarnagar, nell’ovest dello stato indiano dell’Uttar Pradesh. Agli adolescenti viene impartita una formazione di alto livello per guadagnare facilmente denaro. Uno dei tre direttori, l’insegnante Susheel Mooch, è titolare del corso più sofisticato, che include, tra le altre, materie di studio come rapimenti, lesioni personali, esecuzioni. Gli altri due insegnanti trattano materie più convenzionali.
Tutti i corsi prevedono sessioni pratiche, per esempio scippi e furti in strada o autostrada: gli studenti, nascosti, lanciano un oggetto metallico qualsiasi contro un veicolo . Il conducente, sorpreso dal rumore, si ferma, dando modo agli allievi di approfittare della situazione per prendere d’assalto la macchina sotto la supervisione del professore.
I direttori della scuola sostengono di rispondere ad una richiesta di mercato e di svolgere una funzione sociale. Il mercato esige livelli di specializzazione sempre più alti nel settore del crimine e l’educazione criminale è la sola che garantisca ai giovani un lavoro ben remunerato e a durata indeterminata. E temo che abbiano davvero ragione. Pensare che questo modello si propaghi in India e nel resto del mondo mi spaventa. Che ne sarà dei poveri maestri di scuola tradizionali, già puniti con salari di fame, nonché dalla scarsa, se non inesistente, attenzione loro riservata dagli allievi? Quanti di questi maestri riusciranno a riciclarsi e adattarsi? Di quelli che conosco neppure uno. Sono certo che non potrebbero far male a una mosca e non avrebbero nemmeno il coraggio di aggredire una vecchia orfanella paralitica. Cosa potranno mai insegnare, allora, questi esseri inutili nell’universo di domani?

Senza presidenti?
Si racconta che un presidente di un paese latinoamericano è andato a Washington per negoziare il debito estero. Al suo ritorno ha annunciato al suo popolo di avere una notizia buona e una cattiva: «La buona notizia è che il nostro debito è stato azzerato. La cattiva è che tutti gli abitanti del paese hanno 24 ore di tempo per andarsene».
I paesi appartengono ai loro creditori: i debitori devono loro obbedienza e, a riprova della loro buona condotta, praticano un socialismo al contrario: si privatizzano i guadagni e si socializzano le perdite.
In breve tempo, se le cose continueranno così, si privatizzerà l’aria che respiriamo e gli esperti verranno a spiegarci che chi non la paga non le attribuisce il suo giusto valore. Di conseguenza non ha il diritto di respirarla. Tutto, o quasi, è stato già privatizzato.
Prendiamo ad esempio l’Argentina, il Brasile, il Cile o il Messico. In questi quattro paesi si è detto che privatizzare era l’unico modo possibile per pagare il debito estero. Oggi questi quattro paesi sfortunati devono il doppio di quello che dovevano dieci anni fa.
Per me si tratta di un’altra fonte di angoscia che mi priva del sonno. Sento che uno di questi giorni i banchieri-creditori faranno sloggiare i presidenti e occuperanno le loro poltrone al grido di: «Basta con gli intermediari». E notte dopo notte mi rigiro nelle lenzuola chiedendomi dove andranno questi poveri presidenti. Come farà questa manodopera qualificata a trovare lavoro? I presidenti si rassegneranno ad accettare lavoretti o impieghi precari? Dai McDonald’s la fila dei pretendenti al lavoro è già così lunga…

Senza giornalisti?
Lo sviluppo spettacolare della tecnologia ha permesso agli abitanti del pianeta di seguire per oltre un anno – il 1998 e buona parte del 1999 – il grande avvenimento di questo finesecolo: gli exploit sessuali di Monica Lewinski nello studio ovale della Casa bianca.
La «lewinskizzazione» mondializzata ha reso possibile ad ogni individuo, ai quattro angoli del pianeta, di leggere, ascoltare e guardare fin nei minimi particolari questa epopea dell’umanità. I grandi mezzi di comunicazione di massa ci hanno offerto una infinita libertà di scelta tra le mille pieghe della vicenda.
Ma anche questa storia è finita; da allora, le grandi reti televisive e radiofoniche non hanno più nulla da mettere sotto i denti. Carezzavo la speranza di veder scoppiare un nuovo sexgate quando un amico mi fece sapere che, secondo fonti bene informate, il segretario di stato Madeleine Albright era in procinto di sporgere denuncia contro il presidente per molestie sessuali. Ma non ho più sentito parlare di questa storia e credo si trattasse di una volgare insinuazione, indegna di richiamare l’attenzione universale. E anche questo mi impedisce di dormire. Nel momento in cui i giornalisti si fanno chiamare «comunicatori sociali», cosa riusciranno a comunicare alla società? Di che vivranno? Ancora una categoria di disoccupati, gettati sul lastrico?

Senza nemici?
Ormai è passato più di un anno senza che gli Stati uniti e la Nato abbiano sentito il bisogno di scatenare una nuova guerra. L’industria della morte comincia ad innervosirsi. Gli enormi budget militari hanno bisogno di essere giustificati e l’industria degli armamenti non ha occasioni per esibire i suoi nuovi modelli. Contro chi scateneremo la prossima «missione umanitaria»? Chi sarà il prossimo nemico? Chi sarà il Satana del futuro?
Questo mi preoccupa molto. Adesso che ho compreso i motivi invocati per giustificare il bombardamento di Iraq e Jugoslavia, sono arrivato alla conclusione allarmante che esiste un Paese che, da solo, riunisce tutte le condizioni, anche minime, per meritare di essere ridotto in macerie.
Questo paese costituisce il principale fattore di instabilità per la democrazia nel mondo, a causa di una sua vecchia mania di provocare colpi di stato e di istituire le dittature militari. Questo paese è una minaccia per i suoi vicini, che invade regolarmente, da sempre.
Questo paese produce, possiede e vende la maggior parte delle armi chimiche e batteriologiche. Questo paese ospita la più grande rete mondiale di droga e le sue banche riciclano miliardi di narcodollari.
La storia nazionale di questo paese non è che un susseguirsi di «pulizie etniche», contro gli aborigeni prima, contro i neri dopo; e questo stesso paese recentemente si è reso responsabile del massacro etnico perpetrato contro 200.000 guatemaltechi, soprattutto indigeni maya.
Gli Stati uniti decideranno pertanto di autobombardarsi? Di invadere il proprio paese? Gli Stati uniti decideranno di agire con coerenza, applicando a se stessi ciò che riservano agli altri? Le mie lacrime scorrono sul cuscino. Possa Dio onnipotente evitare una simile catastrofe ad una nazione che nessuno ha mai bombardato.

Senza banche?
Nel numero del 14 dicembre 1998, il settimanale Time pubblicava un rapporto del Congresso degli Stati uniti riguardante la sparizione di cento milioni di dollari provenienti dal traffico di droga in Messico.
Secondo la commissione parlamentare incaricata della vicenda, il trasferimento di questa narcofortuna in cinque paesi diversi era organizzato dalla Citybank, che aveva dato vita a società fantasma e con nomi fittizi per confondere le piste. Le prigioni nordamericane, le più popolate del pianeta, sono stracolme di giovani drogati, poveri e neri; ma la Citybank, astro dell’universo finanziario, non ha mai corso rischi. Nessuno è stato mai nemmeno sfiorato dall’idea di una simile eventualità.
Comunque, la lettura di questo rapporto mi ha fatto riflettere. È vero che questa grande banca è a tutt’oggi libera e prospera; e che il detersivo Citybank, il detergente Banque Suisse, lo smacchiatore Bahamas e tante altre prestigiose marche delle migliori lavanderie continuano a mettere a segno, liberamente, record di vendita sul mercato mondiale del
riciclaggio. Ma l’idea del pericolo in agguato mi ossessiona. Cosa succederebbe se un bel giorno la guerra contro la droga cessasse di essere una guerra contro i drogati? Se cessasse di punire le vittime?
E se le armi cambiassero obiettivo e mirassero più in alto? Ora che l’economia ha ceduto il passo alla finanza, cosa diventerebbe un mondo senza banche? Cosa ne sarebbe del povero denaro, condannato a errare senza meta per le strade, come un volgare senza tetto? A questa sola idea, mi si stringe il cuore.

Senza mondo?
Un giorno d’ottobre 1998 ho notato un trafiletto insignificante in fondo alla pagina di un giornale. Tre organizzazioni ecologiste – Wwf international, New economic foundation e World conservation monitoring center – erano giunte alla conclusione che il mondo aveva perso, negli ultimi trent’anni, circa un terzo della sua ricchezza naturale. La più grave catastrofe ecologica dopo l’estinzione dei dinosauri. Per far rinascere le specie animali e vegetali distrutte nel corso di questi tre decenni, occorrerebbero per lo meno cinque milioni di anni. Da quando ho letto quest’appunto un’altra ossessione si è aggiunta alle mie notti in bianco. Sono perseguitato dal presentimento che un giorno le piante e gli animali ci sottometteranno ad un Giudizio finale. Il delirio mi spinge ad immaginare tutto il genere umano comparire davanti alla giuria che, con la zampa o il ramo puntato, ci domanderà: «Cosa avete fatto di questo pianeta? In quale supermercato credete di averlo acquistato? Chi vi ha dato il diritto di maltrattarci e sterminarci?». E vedo un grande tribunale di bestiole e vegetali che legge la sentenza di condanna perpetua per il genere umano.
Pagheremo per i nostri peccati? Passerò l’eternità all’inferno, a fianco di imprenditori di successo, sterminatori del pianeta, politici corrotti, dirigenti e esperti di marketing che vendono veleno sottovuoto? Un sudore gelido attraversa il mio corpo. Un tempo, credevo che il Giudizio finale fosse un affare di Dio. Nel peggiore dei casi vedevo compiersi il mio destino bruciando nelle fiamme dell’inferno accanto a serial killer, animatori di varietà, critici letterari. A paragone, tutto questo mi sembra ora irrisorio.

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