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Per l’abolizione dei Comuni (lettera al Sole-24-ore)

Posted by romacogitans su 27 novembre 2006

Gentile Gianfranco Fabi,

prima con riluttanza – perché è una delle tante provocazioni fini a sé stesse del tipico «vorrei ma non posso» – ma poi con sempre maggiore interesse ho letto il suo articolo dello scorso 9 agosto 2006 sulla proposta di eliminare le Province.

Beppe Grillo – che essendo comico di professione è ovviamente una delle persone più serie d’Italia – si spinge addirittura più in là rispetto a lei, perché settimane (http://www.beppegrillo.it/2006/06/aggiungi_un_posto_a_tavola.html ) fa ha avanzato l’ipotesi di ridurre il numero dei Comuni a circa 100, ed ha proposto di istituire tre, massimo cinque (con le isole che conserverebbero una loro autonomia) Regioni. Viene da sé che quelli che Grillo continua a chiamare Comuni, geograficamente prenderebbero il posto delle Province, mentre le funzioni sarebbe probabilmente quelle attuali dei Municipi, forse arricchite di caratteristiche che tendano a formare e gestire sistemi urbani a rete, e non “semplici” città.

Sui modi si può discutere, ma anche se con prospettive diverse, i vostri discorsi sono sovrapponibili, perché la finalità è di rendere più efficiente lo Stato, ed evitare inutili sperperi.

A chi propone la soppressione di migliaia di Comuni (come in pratica farebbe il signor Grillo) sbandierando la storia di questo Paese che proprio nei Comuni affonda le sue radici, verrebbe da ricordare che in passato i Comuni non erano le strutture cittadine che sono ora, mentre abbracciavano territori che, fatte le dovute differenze storiche, per loro significanza corrisponderebbero più alle nostre attuali Province.

Inoltre, mi viene da aggiungere, nelle politiche pianificatorie il ridisegnarsi delle geometrie strategiche territoriali in base ai dettami del policentrismo fa sì che l’attuale struttura amministrativa, sia orizzontale (con miriadi di comuni enormemente differenti per popolazione e “peso”, che spesso si fanno guerra tra loro innalzando vessilli di squallidi qualunquismi) sia verticale (con province, regioni e quant’altro a scontrarsi o mettersi i paletti fra le ruote) sia superata, e spesso rappresenta più un limite che una risorsa, tanto che per affrontare problematiche che coinvolgono un numero crescente di Attori bisogna appellarsi a tecnicismi di “governance” estranei alla nostra cultura e che magari in Italia scadono spesso nei particolarismi, tanto cari da queste parti.

Che senso ha, mi chiedo a titolo d’esempio, che sia Roma, sia Ladispoli (piccolo comune satellite sulla costa a nord della Capitale), siano entrambi Comuni? A Roma, se da una parte ci si è resi conto che l’influenza della Città supera abbondantemente il territorio comunale tanto da ritenere legittimo fare riferimento all’Area Metropolitana (“struttura” di incerta definizione che travalica i confini comunali e potrebbe coincidere con il territorio della Provincia), dall’altra è risultato evidente che un’amministrazione che centralizzi i servizi per quasi 3 milioni di persone sarebbe pura follia, e quindi si è puntato sulle Centralità Urbane, “tessuti” in cui “spezzettare” il dinosauro comunale. Nella Capitale, però, l’unico risultato ottenuto da questa presunta frammentazione di poteri è stato creare i Municipi, “promuovendo” sulla carta le Circoscrizioni, ma senza che vi fosse alcuna vera delega da parte del potere centrale delle funzioni da spostare in ambito locale.

Perché è stato fatto questo? La necessità di avvicinare l’amministrazione ai cittadini era indubbia, improrogabile se non si voleva arrivare al collasso, ma l’impressione è che si sia voluto creare per l’ennesima volta una sacca di stipendiati.

Arrivo al dunque. Checché ne dica il vostro ministro degli esteri, l’Italia non è un Paese normale. Gli sperperi che avvengono in questa (un tempo nobile) penisola sono minuziosamente pianificati. Non dimentichiamo che in Italia vige una sorta di politica keynesiana (in salsa amatriciana) di redistribuzione delle ricchezze attraverso gli stipendi elargiti a centinaia di migliaia (o milioni?) di dipendenti statali che scambiano il nobile concetto di lavoro con quello ragionieristico di stipendio (annegando il primo e sublimando il secondo nelle vesti del primo), legittimati in questo da un atavico e tacito scambio “voto-posto di lavoro” che probabilmente è cancro più vecchio dell’Italia stessa.

Lei ha ragione, Grillo ha ragione, ma al politico cui si presenterebbe una tale proposta le risponderebbe: «vabbuò, ma a mme chemmene viè?» E tutto, nella migliore delle ipotesi, finirebbe a tarallucci e vino… ovviamente con tripudio di rutti nel finale, come direbbe il buon Elio (altro comico, altra persona seria).

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Una Risposta to “Per l’abolizione dei Comuni (lettera al Sole-24-ore)”

  1. […] Riforma costituzionale: riscrivere la Costituzione Italiana (bella e impossibile) per renderla utile ad un Paese democratico e non come simbolo pseudo-religioso di contrapposizione ad una dittatura, per farle superare tutte le cervellotiche forme di compromesso che hanno portato alla stesura di una Costituzione basata sull’antifascismo, ossia di una “Carta” che si guarda indietro timorosa piuttosto che essere costruttivamente rivolta al futuro. Per questo è opportuno operare una massiccia introduzione della legislazione europea. Federalizzazione dell’Italia con totale responsabilità programmatica e finanziaria per le Regioni, abolendo quindi i meccanismi perequativi (che spesso finanziano la mafia e comunque fomentano la cultura clientelare del sud). Cancellazione dei Comuni e costruzione di Municipi su territori di circa 15.000 abitanti che abbiano la funzione di Urban Centres, come raccordo tra popolazione e Provincia, ma nessuna funzione amministrativa. Le Province assorbirebbero tutte le funzioni dei Comuni, dei quali prenderebbero il posto (vedi mio articolo-lettera). […]

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